La Capitana / 3 - Italian
By: Ange

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Dopo aver consacrato la sua esistenza ai desideri della donna che lo ha castrato, un uomo accetta di sottoporsi ad una innovativa operazione di trapianto dei testicoli. Ma potrà godere per poco tempo dei piaceri della virilità riacquistata


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LA CAPITANA / 3

La capitana si stabilì in casa mia e io presi a servirla con tutta la dedizione. Le preparavo i pasti, la servivo a tavola, esaudivo ogni sua richiesta e soprattutto cercavo di appagare i suoi desideri sessuali. Nonostante la castrazione, che la capitana aveva effettuato su di me alcuni mesi prima, ero ancora in grado di raggiungere robuste erezioni e di penetrarla dopo averla a lungo eccitata e condotta al piacere con la bocca. Purtroppo non ero più in grado di soddisfare la sua passione per il seme maschile, quello che i prigionieri rinchiusi nel sotterraneo del suo palazzo producevano in abbondanza.

Pur essendo ben consapevole della mia impossibilità a produrre seme, la capitana, al culmine di ogni rapporto, finiva per invocarne un impossibile getto:

“Sborra!, sborrami dentro, sborrami sulla pancia!” mi ordinava.

In verità avrei voluto coprirla e riempirla di sperma caldo, ma purtroppo dal mio uccello non poteva più fuoriuscire seme, al massimo qualche goccia di un liquido chiaro che non era certo in grado di soddisfare il desiderio della mia adorata capitana.

“Perché mi hai castrato? - le chiedevo a volte, mentre preso dallo sconforto baciavo le labbra della bella figa dentro la quale non potevo più eiaculare – Ti avrei nutrita col mio sperma, ne avrei prodotto tantissimo solo per te!”

“Lo sai che sono stata costretta. – mi rispondeva lei accarezzandomi i capelli – Non ce la facevi più, sborravi pochissimo, era inutile insistere. E’ stato un peccato, ma ho proprio dovuto farlo.”

Rimanevo a lungo inginocchiato tra le sue gambe, baciando, leccando e accarezzando quella meravigliosa figa e la nostalgia per le belle sborrate che avevo fatto dentro di lei a volte mi facevano sgorgare le lacrime.

Un giorno decisi di farle un regalo a sorpresa. Misi un annuncio su alcuni siti e riviste erotiche e convocai a casa mia dieci robusti giovanotti, con il compito di produrre in una giornata il massimo di seme possibile. Li pagai profumatamente e li feci trovare alla capitana, già completamente nudi e con l’uccello in erezione, nella sala della nostra abitazione. Per poco non svenne di fronte a quella inattesa esibizione di grossi cazzi (avevo infatti insistito anche sulle dimensioni degli attributi dei miei candidati), ma appena si riprese dalla sorpresa cominciò subito a farli funzionare a pieno regime.

Alcuni li fece eiaculare nella sua capace vagina, raccogliendo poi la fuoriuscita di seme con un calice di cristallo, altri li ricevette direttamente in bocca, altri ancora li fece sborrare dentro il calice che protendeva sotto il loro uccello. Li fece eiaculare a ripetizione, fino a sera inoltrata e si bevve tutto il seme ricavato, fino quasi a ubriacarsi e a cadere esausta in un lungo sonno.

Nei giorni seguenti la capitana non fece che ripetermi il ringraziamento per la bellissima giornata che le avevo regalato. Da parte mia ero contentissimo del gradimento del mio regalo e mi fermavo ad ammirare e ad adorare la figa che si era goduta tutti quegli uccelli.

“Perché mi hai castrato?” continuavo a chiederle.

“Lo sai, sono stata costretta. Ma certo che se avessi saputo che avrei terminato la mia carriera con un solo maschio… - sospirava lei – E se avessi immaginato che mi saresti stato così fedele, fino a salvarmi al vita, ti avrei tenuto con le palle. Saresti stato l’unico maschio della mia vita al quale avrei lasciato le palle…”

Dopo alcuni settimane la capitana tornò a diventare inquieta e nervosa. Pensai che avesse di nuovo voglia di una bella raccolta di uccelli e di sperma, ma lei mi sorprese con una inattesa dichiarazione.

“Ho bisogno di castrare. Ho castrato migliaia di maschi nella mia carriera e sono ormai mesi che non vedo più cadere nelle mie mani un bel paio di testicoli. Non ce la faccio veramente più!”

Ero consapevole del fatto che fosse mio dovere aiutare la capitana a soddisfare il suo desiderio, ma non sapevo come agire, dato che nel nostro paese una simile operazione sarebbe stata considerata un reato gravissimo e, se scoperto, avrebbe subito riportato la capitana davanti al tribunale internazionale.

Tuttavia decisi di venire incontro al suo desiderio. Abbordai alcuni transessuali e mi intrattenni con loro per verificare le dimensioni dell’uccello, delle palle e la quantità di sperma che erano in grado di eiaculare. Finalmente trovai la persona giusta. Un robusto transessuale, di bell’aspetto, dotato di notevoli attributi maschili e di un getto di sperma lungo e abbondante.

Lo convinsi a trascorrere una serata a casa mia e lo presentai alla capitana che mi lanciò uno sguardo sorpreso. Le strizzai l’occhio e le feci un cenno di intesa muovendo le dita delle mani a mo’ di forbice. La capitana mi rispose con un sorriso che le illuminò il volto e subito trascinò nella sua stanza Samanta, questo era il nome dell’ospite, commentando con una esclamazione di meraviglia l’apparizione degli organi genitali. Si fece subito penetrare dal grosso uccello e lo fece ripetutamente sborrare nella figa e nella bocca, poi lo convinse ad accettare un gioco in cui lei lo avrebbe legato sul letto e lo avrebbe costretto a leccarla.

L’ignaro transessuale accettò la proposta e si lasciò docilmente legare braccia e gambe alla struttura del letto, ma appena fu bloccato mi feci avanti e lo informai che avevamo deciso di castrarlo. Non sto a descrivere nei particolari la scena che seguì, le urla i pianti, le contorsioni, gli inutili tentativi di liberarsi della povera Samanta. Quel tipo di reazione non fece che aumentare l’eccitazione della capitana, che mi ordinò di inginocchiarmi tra le sue gambe e di leccarle la figa fino a farle raggiungere l’orgasmo.

Appena si fu ripresa, la capitana si avvicinò al letto impugnando il bisturi.

“No, non farmi questo, non castrarmi…” la implorava Samanta.

“Calmati, - le rispose la capitana accarezzando le cosce della transessuale attraversate dai nastri del reggicalze nero che indossava – dovresti ringraziarmi: adesso ti toglierò queste inutili palline e così ti trasformerai in una vera femmina.”

“No, no.” implorava tra le lacrime Samanta.

“Fa’ partire ancora una volta questo uccellone, così si calmerà.” mi ordinò la capitana.

Eseguii l’ordine e masturbai quel grosso uccello fino a farne schizzare le ultime gocce di sperma. Subito dopo la capitana, incurante dei pianti e delle suppliche, aprì lo scroto ed estrasse i testicoli che recise definitivamente.

Nelle settimane seguenti fummo costretti a tenere Samanta incatenata ad una caviglia poiché temevamo le sue reazioni e volevamo evitare il rischio che fuggisse dalla nostra casa e andasse a denunciarci. Poi, a poco a poco, ci accorgemmo che stava mutando il suo atteggiamento e cominciava ad accettare la trasformazione che la capitana aveva operato sul suo corpo e anche sulla sua indole. Finì per accettare completamente la sua sorte e decise di rimanere con noi, ponendosi anch’essa al servizio della capitana.

Intanto avevo letto su un giornale che un famoso chirurgo era riuscito a realizzare il primo tentativo di trapianto di testicoli su un uomo che era stato castrato in seguito a una grave malattia. Dissi alla capitana che forse avrei potuto riacquistare la capacità di produrre sperma e di soddisfare le sue richieste e lei mi incoraggiò a tentare l’operazione.

Mi presentai dall’illustre chirurgo, raccontai la mia storia e chiesi di essere messo in lista di attesa. Poche settimane dopo fui convocato nella clinica. Il medico mi disse che era a disposizione un donatore, un transessuale che aveva deciso di farsi asportare pene e testicoli e di farsi costruire una vagina.

“E’ molto dotato, - aggiunse sorridendo – non ho mai visto dei testicoli di queste dimensioni e credo che rimarrà soddisfatto del trapianto…”

Mi condusse nella stanza dove era ricoverata Glenda, il transessuale che aveva deciso di rinunciare ai suoi attributi virili e che in quel momento stava dormendo. Il dottore sollevò le coperte e mi mostrò i grossi attributi che avrebbe impiantato su di me.

Nei due giorni di attesa strinsi amicizia con Glenda, che mi raccontò la sua storia e i motivi che l’avevano condotta a rinunciare agli attributi virili che sentiva come un inutile peso e un ostacolo per realizzare il suo desiderio di essere donna.

Quando ci avvisarono che dovevamo prepararci per l’operazione le chiesi se voleva far funzionare un’ultima volta i testicoli prima di cederli a me.

“Se me li fai funzionare tu, sono d’accordo.” mi rispose con sorriso malizioso iniziando a spogliarsi davanti a me.

In effetti ebbi subito modo di constatare che il suo corpo aveva splendide caratteristiche femminili e quegli affari esagerati che pendevano in mezzo alle gambe stonavano con il contesto. Glenda si sdraiò sul letto e io cominciai ad accarezzare il grosso uccello fino a farlo esplodere in una incredibile sborrata che ricoprì il suo ventre di sperma denso.

“Accidenti, quanta ne hai fatta! – esclamai felicemente sorpreso – La capitana sarà contenta…”

“Chi?” mi domandò Glenda.

“La donna a cui porterò in dono i tuoi testicoli.” le risposi.

“Se le piacciono le sborrate grosse, sono sicura che non avrà da lamentarsi. I miei testicoli hanno sempre prodotto quantità esagerate di seme e per me questo era fonte di ulteriori problemi. Sono contenta di farmeli tagliare e sono sicura che serviranno molto di più a te.” concluse Glenda

Poco dopo fummo condotti in sala operatoria. Il dottore ci applicò un’anestesia localizzata al basso ventre e potemmo seguire da svegli l’intera operazione. Io e Glenda eravamo sdraiati vicini e ci stringevamo la mano mentre il chirurgo asportava i suoi testicoli e li inseriva, con una delicata operazione di collegamento dei vasi sanguigni e dei cordoni spermatici, all’interno del mio scroto. Poi Glenda fu addormentata e iniziò per lei la fase più difficile dell’intervento che consisteva nell’asportazione del pene e nella costruzione di una vagina.

Io rimasi un paio di giorni in ospedale prima di essere dimesso. Il medico mi raccomandò di lasciare in assoluto riposo le nuove ghiandole sessuali per due settimane e mi assicurò che dopo avrebbero ripreso a funzionare normalmente.

Trascorremmo quei giorni nell’ansiosa attesa di verificare l’esito dell’operazione. Non avevo informato la capitana della quantità di sperma che avevo visto produrre dall’uccello di Glenda, tuttavia lei era rimasta molto impressionata dalle dimensioni dei miei nuovi testicoli.

Finalmente superammo il termine delle due settimane e ci accingemmo a metterli alla prova. Nei giorni precedenti si era insinuato dentro di me il timore che l’operazione non fosse riuscita e che l’esito fosse deludente. Mentre la capitana iniziava ad accarezzare il mio uccello, il mio pensiero corse all’ultima eiaculazione di Glenda e mi augurai di poter ripetere quell’exploit.

La capitana continuava ad accarezzare con lentezza il mio uccello duro. Forse anche lei era scettica sulle possibilità di riuscita del trapianto, ma quando raggiunsi l’orgasmo e iniziai a eiaculare vidi dipingersi sul volto della capitana un’espressione di sorpresa e di felicità.

“Non ho mai visto una sborrata del genere in vita mia! – esclamò incredula – Finalmente potrò di nuovo dissetarmi come desidero.”

In quel periodo in effetti vidi la capitana rifiorire. Lo sperma che producevo in grandi quantità per lei e che lei riceveva con gioia nella figa, nella bocca, o che si faceva spruzzare sul corpo, sembrava ringiovanirla. Trascorremmo alcuni mesi in piena sintonia, poi un’ombra di insoddisfazione cominciò ad apparire sul volto della capitana.

“Che cosa c’è? – le domandavo inquieto – Non ne faccio abbastanza?”

“No, no. Va benissimo così.” mi rassicurava lei. Ma io mi rendevo conto che qualcosa in realtà non andava bene.

Finalmente un giorno la capitana mi confidò il suo malessere.

“E’ che io ho bisogno di castrare. – mi disse accarezzando i miei grossi testicoli – Da quando ho tagliato le palle a Samanta sono passati mesi e mesi. Non ce la faccio proprio più. Ho bisogno di castrare!”

Nei giorni seguenti cercai ancora di incrementare la produzione di sperma per soddisfare pienamente la capitana e mi parve di essere riuscito a placare la sua inquietudine. Fui quindi preso pienamente alla sprovvista quando, al termine di un rapporto completo durante il quale avevo versato la solita abbondante quantità di seme nella sua vagina, la capitana mi disse che aveva deciso di castrarmi.

“Ma come!? – replicai sbalordito – Ho fatto il trapianto apposta…”

“Sì, lo so, lo so che poi me ne pentirò. Ma adesso non posso proprio farne a meno. Ho voglia di castrare un bel maschio con le palle grosse e le tue sono veramente l’ideale per placare il mio desiderio.”

“Be’ parliamone, magari troviamo un’altra soluzione.” le risposi.

“No, non c’è più tempo. – ribatté decisa – Ormai ho deciso: ti castro. Adesso, subito.”

“Ma dai, ma non scherzare.” le risposi pensando che volesse prendersi gioco di me.

“Non sto scherzando. – mi rispose la capitana con un’espressione che mi fece correre un brivido lungo la schiena – E’ già tutto pronto. Sdraiati sulla schiena e allarga le gambe.”

L’espressione risoluta della capitana mi fece istintivamente alzare e allontanare dal letto.

“Prendilo!” ordinò seccamente la capitana a Samanta, la cui presenza non avevo fino a quel momento notato.

In un attimo Samanta mi fu addosso. Aveva una stazza decisamente superiore alla mia e, benché privata dei testicoli, aveva conservato una vigoria e una muscolatura notevole. Inutilmente cercai di combattere e di ribellarmi. Nel giro di pochi minuti Samanta riuscì a trascinarmi sul letto e a immobilizzarmi con le gambe aperte.

“Se stai bravo e prometti di non ribellarti più, Samanta ti farà ancora una sega, altrimenti ti castro così.” mi disse la capitana.

Mi rassegnai a subire la mia sorte e feci cenno a Samanta di procedere. Lei cominciò ad accarezzarmi e a mormorarmi parole che non sapevo se avevano lo scopo di incoraggiarmi o di deridermi.

“Non avere paura. Tra poco la capitana ti taglierà le palle, come ha fatto con me, così la smetterai di fare tutte quelle sborrate. Puoi farne solo più una, l’ultima. Te la faccio fare io, come tu hai fatto con me. Ti ricordi?”

Le carezze sapienti di Samanta mi condussero a quell’ultima eiaculazione che irrorò il mio ventre con il solito getto lungo e potente. Pensai che era un vero peccato inaridire per sempre una fontana così generosa e provai anche a dirlo alla capitana, ma lei scosse la testa e fece cenno a Samanta di immobilizzarmi sul letto.

Per la seconda volta nella mia vita dovetti subire l’umiliazione di farmi asportare i testicoli dalla donna a cui avevo consacrato al mia esistenza. L’unico uomo ad essere stato castrato due volte nella vita e sempre per mano della stessa donna!



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