Appuntamento con la realtà - Italian
By: Ange

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[STRAIGHT] [TESTICLES]

Il desiderio di essere castrato da mani femminili ha occupato per tanti anni la fantasia di un uomo. Un giorno la moglie, con l’aiuto di un’amica, decide di condurlo all’appuntamento con la realtà.


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APPUNTAMENTO CON LA REALTA’

Tante volte avevo coinvolto mia moglie in giochi sulla fantasia intorno alla quale, fin da ragazzo, era ruotata la mia vita sessuale. A Irene quei giochi non dispiacevano affatto e si divertiva a legarmi le palle e l’uccello, a trattarmi come se fossi il suo schiavo e a minacciarmi una durissima punizione: la castrazione, ultima, definitiva, mutilante.

Però ogni volta che cercavo di spingere all’estremo quella fantasia, verso la reale e concreta attuazione, Irene si ritraeva. Diceva che non se la sentiva di compiere quel passo, di attraversare quel confine che mille volte avevano oltrepassato durante i nostri giochi.

Io sentivo sempre più forte il desiderio di portare a termine il mio percorso, ma ero ormai rassegnato alla ritrosia di mia moglie. Fui quindi molto sorpreso la sera in cui la vidi tornare a casa molto eccitata, sedersi al mio fianco sul divano e annunciarmi:

“Finalmente potrai realizzare la tua fantasia!”

“Quale fantasia?” domandai sorpreso.

“Ma come… La fantasia di farti castrare da una donna!” mi rispose lei posando la mano sui miei genitali.

“Come sarebbe a dire?” domandai incuriosito.

“Sarebbe a dire che sono stata a cena da Betta e abbiamo deciso di castrarti. Sabato pomeriggio, per la precisione.”

Betta era una nostra amica che svolgeva la professione di medico in un paese a poca distanza dalla città in cui vivevamo.

Anziché spaventarmi, le parole di mia moglie ebbero il potere di eccitarmi e di provocarmi subito una potente erezione. Allungai una mano e la infilai sotto la sua gonna.

“Eh, no, caro. Mi disse lei scostando la mano. Prima dobbiamo fare dei patti ben chiari.”

“Quali patti?”

“Prima di tutto devi dirmi se sei veramente deciso a realizzare la tua fantasia.”

“Certo che lo sono. L’ho desiderato per tutta la vita. Lo sai che te l’ho chiesto tantissime volte.” confermai.

“Sì, ma non basta. Adesso stiamo facendo sul serio e io non voglio poi sentire recriminazioni, perciò devi prendere solennemente due impegni.”

“Quali?”

“Prima di tutto devi firmare un foglio in cui autorizzi Betta ad operarti e…”

“Betta?! Ma io voglio essere operato da te!”

“Certo che ti castrerò io, ma ho chiesto a Betta di darmi una mano, perché con un medico a fianco mi sento più sicura. Tu devi solo firmare questa dichiarazione in cui sollevi me da ogni responsabilità e autorizzi Betta a partecipare all’operazione.”

“Lo farò.”

“Sì, ma non basta. Io non voglio sentire in futuro recriminazioni, accuse, piagnistei, eccetera. Non voglio che tu mi porti odio, anzi pretendo che tu mostri a me e a Betta tutta la tua riconoscenza per quello cha avremo fatto per te. ”

“Certo, è scontato.” la interruppi.

“No, non è affatto scontato. Io lo so come siete fatti voi maschi. Avete in testa solo l’uccello duro e gli schizzi di sperma e quando ti accorgerai che non potrai più farne e che magari non ti diventerà più duro come prima temo che inizierai a piagnucolare e a dirmi che non dovevo tagliarti le palle.”

“No, ti prometto di no. Ti prometto che ti sarò per sempre riconoscente.”

“Voglio precisare ancora una cosa – continuò Irene - Io e Betta abbiamo deciso di darti questa possibilità una e una sola volta. Saremo nel suo studio tra le tre e le quattro di sabato pomeriggio, pronte per l’operazione. Se non ti presenterai, perderai l’unica occasione di realizzare la fantasia della tua vita, l’unico appuntamento con la realtà. Almeno con noi.”

“Ci sarò, non perderò l’occasione!” esclamai convinto.

“Uhm… non so se lo farai davvero. – mormorò Irene scettica – Alla fine penso che non te la sentirai di farti tagliare le palle per davvero…”

“Ma scherzi?! – le risposi – Ho atteso questo momento per tutta la vita. No, non perderò l’occasione.”

“Ma ti rendi ben conto di quello che succederà? – mi chiese lei afferrando attraverso i pantaloni il mio uccello in piena erezione – Ti rendi conto che questo affare smetterà di sborrare. Che perderà la forza che ha in questo momento e magari non riuscirai più a penetrarmi?”

“Ma potrò sempre leccarti la figa… - le risposi – Ti farò godere accarezzandoti e leccandoti e ti sarò molto più devoto di prima.”

“Speriamo che sia così. – ribatté Irene – Comunque, ti ripeto che noi saremo nello studio una sola volta, sabato tra le tre e le quattro e ti dico anche che se deciderai di entrare ti chiederemo subito di spogliarti e ti applicheremo alla caviglia una catena lunga un metro e mezzo che abbiamo già fissato al muro. Da quel momento non potrai più scappare. Potrai piangere, urlare e supplicare, ma da lì uscirai solo dopo che ti avremo tagliato le palle.”

“Mi eccito al solo pensiero…” risposi avvicinandomi a Irene per abbracciarla. Poi mi chinai verso il basso, sollevai la gonna, le sfilai rapidamente le mutandine e mi tuffai con la bocca verso le morbide e profumate labbra della figa. Anche lei era in uno stato di straordinaria eccitazione. Quando la rovesciai sul tappeto e la penetrai, il mio uccello fu accolto con un gemito di soddisfazione.

“Pensaci bene, - mi sussurrava Irene nell’orecchio mentre mi muovevo dentro di lei – sei ancora un buon cavallo da monta… E a me piace tanto ricevere delle belle eiaculazioni lunghe e abbondanti…”

“Lo so, lo so, anche a me piace sborrare nella tua figa, ma non riesco più a vivere con questa fantasia in testa. Devo riuscire a realizzarla, una volta per tutte, e se me ne offri l’occasione non la perderò.”

“Allora sborrami dentro! – mi incitò Irene – E’ una delle ultime volte che puoi farlo e voglio sentirmi riempire del tuo seme caldo.”

Facemmo l’amore a ripetizione quella sera e nei due giorni seguenti. Ma il giovedì mattina vidi mia moglie che preparava la propria valigia.

“Dove vai?” le domandai sorpreso.

“Io e Betta abbiamo deciso di andarcene per un paio di giorni. Vogliamo lasciarti solo perché tu possa riflettere e prendere la tua decisione con calma. Saremo di ritorno sabato pomeriggio e potrai trovarci direttamente allo studio.” mi rispose Irene.

“Ma come?! Allora non potremo più fare l’amore? Non potrò più…”

“No, non potrai più! – mi interruppe decisa Irene - E’ proprio questo che voglio che tu provi in questi giorni: non poter più… Ci vediamo sabato.”

Si allontanò con la pesante valigia e mi lasciò da solo. Trascorsi quei due giorni immerso in pensieri contrastanti. Da un lato sentivo la mancanza del contatto con il bel corpo di Irene, dall’altro mi sentivo inesorabilmente attratto verso quella operazione che avevo tanto desiderato.

Il sabato pomeriggio arrivò troppo presto. Sempre tormentato dai dubbi, mi recai nel paese dove si trovava lo studio medico di Betta. Arrivai in anticipo per avere ancora tempo di riflettere e iniziai a passeggiare immerso nei miei pensieri.

La porta dello studio che si affacciava direttamente sulla strada era chiusa, le tende tirate e da dentro non proveniva alcun rumore. Al mio interno continuava a combattersi la battaglia tra la parte di me che mi diceva: è la tua grande occasione, hai sentito cosa ha detto Irene, non si ripeterà mai più: non perderla! E l’altra parte che mi rimproverava: sei pazzo? Lo sai quanto ti piace Irene! Se ti fai castrare non perderai solo la capacità di sborrare, ma anche quella di entrare nella sua figa! Allontanati subito, scappa di qua!

Il tempo trascorreva e tutto rimaneva chiuso e immobile. Cercai nei paraggi le auto di Irene e di Betta ma non ne trovai traccia e per un momento cominciai a pensare che le due donne mi avessero giocato uno scherzo e che forse se ne stavano nascoste da qualche parte per osservare i miei comportamenti e ridere alle mie spalle.

Intanto erano arrivate le quattro meno un quarto; avrei dovuto prendere una decisione definitiva, invece optai per una soluzione di compromesso. Decisi di provare ad entrare e di chiedere alle due donne una proroga, dato che non avevo ancora le idee chiare.

Mi avvicinai alla porta e rimasi per un attimo in ascolto. Nessun rumore proveniva da dentro. Provai a girare la maniglia e subito la porta si spalancò e apparve Betta che mi invitò ad entrare.

“Sei venuto! Che bravo! Cominciavamo a pensare che avessi cambiato idea, vero Irene?”

“Già, - confermò mia moglie – stavamo proprio dicendo: sta a vedere che si è preso paura e non vuole più farsi castrare…”

“In effetti io… in questo momento… cioè … volevo parlarvi un attimo…” balbettai.

“Sì, sì, abbiamo tutto il tempo per parlare.” mi interruppe Irene spingendomi verso un divanetto e iniziando a spogliarmi.

“No, no aspetta. – cercai di bloccarla – Devo dire una cosa.”

“Sì, sì, te l’ho detto che abbiamo tutto il tempo per parlare. Adesso però cominciamo a togliere i vestiti. Guarda: io sono già pronta!”

Irene slacciò la gonna e la fece scivolare a terra mettendo in mostra l’intimo abbigliamento sexy, con reggicalze, nastrini e calze scure. Non indossava slip e lasciava completamente allo scoperto lo splendido boschetto tra le cosce e le morbide labbra della figa.

Per un attimo rimasi senza fiato di fronte a quello spettacolo meraviglioso e Betta ne approfittò per sfilarmi la camicia.

“Sei bellissima! - mormorai – Sei splendida!”

“Ti piaccio? – mi domandò – Allora siediti lì, annusa il mio profumo e dimmi se ti piace ancora.”

Mi sedetti sul bordo del divano e avvicinai il naso alla figa. Il suo sesso era completamente bagnato, come se fosse pronto per un rapporto sessuale, e ne aspirai a pieni polmoni il delizioso profumo.

Betta ne approfittò per inginocchiarsi vicino a me e sfilarmi pantaloni e slip, lasciandomi completamente nudo. Un attimo dopo sentii il rumore metallico di qualcosa che si stringeva attorno alla mia caviglia.

“Cos’è?” domandai.

“E’ la catena di un metro e cinquanta. Te l’avevo detto che ti avremmo incatenato per non lasciarti scappare.” mi rispose Irene.

“No, no. Aspettate un attimo. Io sono venuto qui solo per dirvi che ci devo ancora pensare e per chiedervi di rinviare l’operazione.” mi affrettai a dire.

Le due donne scoppiarono in una risata.

“Rinviare l’operazione. Non se ne parla nemmeno! - mi rispose decisa Irene – Siamo qui per realizzare il tuo desiderio e la tua fantasia. Ti ricordi cosa ti ho detto: questo è il tuo appuntamento con la realtà.”

“No, no. Lasciatemi andare. Ne riparliamo un’altra volta.”

“Un’altra volta? Immagino che tu stia scherzando! – mi disse Irene con aria seccata – Avevamo fatto un patto ben chiaro: se fossi entrato qui dentro non saresti più uscito con le palle e così sarà.”

“No, voglio andarmene, lasciatemi uscire!” replicai cercando di liberare la mia caviglia.

“Con quella catena non puoi andare da nessuna parte. - mi disse Betta, che fino a quel momento aveva taciuto – E’ meglio che ti rassegni e accetti il destino che hai cercato tu stesso.”

“Ma adesso ho cambiato idea…” protestai.

“Cambiato idea! - esclamò Irene – Ascoltami bene: noi ci siamo preparate, siamo venute qua apposta per realizzare la tua fantasia e siamo ben determinate a portare a termine questo compito. Per te non c’è alcuna possibilità di fuggire. Sarai castrato qui dentro, una volta per tutte. Se ti comporti bene ti taglieremo le palle da sveglio, visto che mi hai sempre detto che sognavi di essere cosciente e partecipe durante questa operazione. Se non collabori, Betta ti inietterà una dose di sonnifero che ti farà dormire come un agnellino e ti castreremo durante il sonno…”

“No, questo no, non voglio…” protestai.

“Allora comincia a firmare questo.” mi disse Betta porgendomi un modulo mediante il quale dichiaravo di accettare l’operazione di asportazione dei testicoli, di essere consapevole delle conseguenze e di scegliere di effettuare questa operazione nel suo studio medico.

“Non firmo niente e non mi lascio nemmeno toccare!” replicai seccamente.

Mi ero dimenticato che mia moglie era stata in gioventù un’ottima praticante di arti marziali, ma me ne ricordai non appena sentii una stretta fortissima alle braccia e mi ritrovai in ginocchio a terra, con il viso a contatto del pavimento.

“Addormentalo! – disse Irene all’amica – Lo castreremo da addormentato.”

Inutilmente tentai di liberami girandomi su un fianco. La stretta di Irene era troppo decisa e mi inchiodava in quella scomoda posizione dalla quale riuscii a vedere la siringa nelle mani di Betta che si avvicinavano alla mia coscia.

“No, no ti prego, ti scongiuro, non addormentarmi. – la supplicai – Faccio tutto quello che volete. Mi lascerò castrare, ma da sveglio. Ti prego, non addormentarmi, non farmi questo!”

Betta depose la siringa e mi presentò nuovamente il modulo. Afferrai la penna e lo firmai.

“Bene, finalmente cominciamo a ragionare. – commentò Irene soddisfatta – Adesso sdraiati sul lettino.”

“No, no. Non me la sento.. Vi prego… lasciatemi ancora una possibilità… vi scongiuro…” supplicai.

“Lo castriamo per terra. – tagliò corto Betta – Gli lego anche l’altra caviglia con una corda, così rimane immobilizzato.”

Subito afferrò una robusta corda, cercando di infilarmi il piede nell’anello che aveva già preparato in precedenza. Cominciai a scalciare in modo forsennato per evitare che potesse bloccarmi il piede ancora libero.

“Fagli una sega! - suggerì Betta a mia moglie – Così si tranquillizza un po’.”

Inginocchiata al mio fianco, Irene afferrò prontamente il mio uccello e allargò le cosce per mostrarmi ancora la figa.

“Guarda che bella! Hai sentito com’è bagnata?” mi provocò.

“Sì, me ne sono accorto. Come mai è così bagnata?” domandai ingenuamente.

“Ci stavo giocando un po’, prima che tu arrivassi. Ti aspettavo con impazienza.” mi rispose lei continuando a maneggiare l’uccello che aumentò rapidamente la sua consistenza e in breve esplose in lunghi schizzi di sperma che ricoprirono il mio addome e arrivarono a colpirmi fin sul mento.

L’attimo di rilassatezza che seguì quella lunga eiaculazione fu fatale per la mia sorte, perché le due donne approfittarono del momento favorevole per legarmi mani e piedi. Ormai ero completamente in loro potere, sdraiato sulla schiena sul pavimento, con gli arti bloccati dalle corde e dalla catena.

“Finalmente ti sei un po’ calmato. – mi disse Betta afferrando una piccola siringa – Adesso ti faccio alcune punturine qui, nei testicoli e alla base del pene, per desensibilizzare tutta l’area. Così non sentirai dolore durante l’operazione. E’ un prodotto ad azione rapida, tre o quattro minuti e avrà già fatto il suo effetto.”

Betta iniettò l’anestetico locale, poi porse un piccolo bisturi a Irene.

“Aspetta, Irene. – tentai ancora di supplicarla. – lasciami solo un’altra settimana di riflessione. Prometto che sabato prossimo tornerò qui. Devo prepararmi meglio, oggi non mi sento ancora pronto. E’ un passo molto importante per un uomo, lo capisci anche tu, no?”

“Certo che lo capisco. E’ un passo veramente importante e noi ti aiuteremo a compierlo, oggi stesso. Tra cinque minuti sarà tutto fatto e sarai contento di te e della tua scelta.” mi rispose mia moglie inesorabile.

Dopo qualche minuto, Betta gli fece cenno di iniziare l’operazione.

Appena vidi il bisturi scendere verso il mio inguine, nonostante che le corde mi bloccassero gli arti, cominciai a torcere il busto e il ventre come un’anguilla.

“Bisogna fargli un’altra sega.” dichiarò Betta.

“Fagliela tu questa volta.” rispose Irene.

Un lampo di maliziosa gioia comparve negli occhi di Betta, che non si fece ripetere l’invito dell’amica. Afferrò a piena mano il mio uccello e cominciò a muoverlo con vigore. La sorpresa per quell’inattesa situazione si mescolò all’eccitazione. Tante volte avevo desiderato di trovarmi in intimità con la migliore amica di mia moglie ma non avevo mai avuto il coraggio di prendere l’iniziativa. Il mio uccello reagì subito alla vigorosa presa di Betta e non tardai a ritrovarmi di nuovo con il ventre ricoperto da schizzi di denso seme.

Quella seconda e ravvicinata eiaculazione aveva ulteriormente indebolito le mie difese. Irene fu rapidissima nello sfruttare la situazione vantaggiosa. Con un colpo deciso perforò e incise il mio scroto e un attimo dopo ne fece uscire il primo testicolo. Guidata dai consigli dell’amica medico lo recise e me lo mostrò.

“Guarda qui, uno te l’ho già tolto. C’è voluto un attimo, è stato facilissimo.”

“Irene, ti prego, fermati qui. – la supplicai – Lasciatemene almeno uno, almeno per un po’…”

Le due donne non considerarono la mia supplica degna di attenzione. Irene sfilò anche il secondo testicolo e lo recise.

“Ecco fatto. - disse con aria trionfale mostrandomi il secondo trofeo – Ti abbiamo castrato, hai potuto finalmente realizzare il tuo sogno…”

Irene e Betta sembravano particolarmente allegre e soddisfatte del lavoro che avevano portato a termine. Io invece sentivo crescere dentro di me un grande dubbio. Guardavo le cosce nude di mia moglie, il ciuffo di peli scuri e le invitanti labbra della figa e mi domandavo se non avevo compiuto uno sbaglio terribile nel recarmi a quell’appuntamento.

“Stai tranquillo. – mi disse Irene come se avesse letto nei miei pensieri – Questa idea era diventata un’ossessione per te. Vedrai che adesso starai meglio e vivrai anche la tua sessualità in modo più sereno. Hai fatto la scelta giusta. Non potevi mancare al tuo appuntamento con la realtà.”

Mentre moglie si allontanava per andare in bagno mi rivolsi a Betta.

“E’ così bella ed eccitante. Potrò ancora penetrarla?”

“Se te lo permetterà ancora…” mi rispose lei con un sorriso malizioso.

“Betta, volevo dirti una cosa… - aggiunsi – Volevo dirti che mi sono eccitato tantissimo quando mi hai preso l’uccello in mano. Non me l’aspettavo, ma forse dentro di me l’avevo desiderato tante volte… Ti ringrazio per quello che hai fatto…”

“Vuoi che lo facciamo ancora? – mi sorprese lei – Ti faccio una bella sega e ti faccio sborrare ancora una volta!”

“Ma sarà ancora possibile? - domandai dubbioso – Ormai mi avete tagliato le palle…”

“Dipende da quanto seme è rimasto nei serbatoi di liquido seminale. Può anche darsi che sia finito, hai fatto degli schizzi molto abbondanti…”

Mentre diceva queste cose, Betta aveva ripreso in mano il mio uccello e aveva iniziato ad accarezzarlo lentamente.

Irene rientrò dal bagno e ci trovò in quella situazione.

“Di nuovo? Ma non ne ha mai abbastanza! – commento stupita – Abbiamo fatto bene a castrarlo!”

“Penso di sì. – confermò Betta – Quando il livello di testosterone comincerà a diminuire starà sicuramente meglio.”

In breve Betta mi portò in prossimità dell’orgasmo.

“Sollevagli la testa. – disse a mia moglie – probabilmente questa è l’ultima sborrata della sua vita. Ha diritto a vederla ed a imprimersela bene in mente.”

Irene sollevò il capo che tenevo appoggiato a terra. Da quella posizione, non troppo comoda in realtà, potei notare sul mio addome ampi schizzi di sperma molto denso.

“Ne avevi proprio tanto. – mi confermò mia moglie – Si vede che questa idea ti aveva eccitato in maniera particolare. Sai cosa facciamo: raccogliamo questo seme in un botticino e lo surgeliamo. Lo terrai per ricordo delle ultime sborrate che hai fatto prima di essere castrato. Sei contento?”

Feci cenno di sì. Poco dopo le carezze di Betta mi portarono all’orgasmo e vidi sgorgare dal mio uccello due piccole gocce di seme bianco.

“E’ proprio finita. – commentò Betta – Questa è stata l’ultima eiaculazione del nostro stallone.”

“Avrò ancora delle erezioni?” domandai.

“Per un po’ sì. - mi tranquillizzò con aria professionale – Se Irene lo vorrà potrai ancora penetrarla e avere rapporti completi, ma devi tenere presente che a poco a poco la castrazione comincerà a fare i suoi effetti. Tenderai a ingrassare, ad arrotondare le tue forme, a perdere i peli, e a poco a poco anche il tuo uccello di indebolirà.”

“Be’, avremo tempo per parlare di queste cose. Adesso vestiamoci e rientriamo a casa.” mi disse Irene.

Il nostro menage matrimoniale sembrava aver ripreso vigore dall’operazione a cui ero stato sottoposto da mia moglie e dalla sua migliore amica. Betta veniva spesso a trovarci e Irene, senza alcun pudore, le raccontava della nostra vita sessuale che procedeva a meraviglia, delle penetrazioni che riuscivo ancora ad effettuare e della rilassatezza con cui viveva questi rapporti senza la preoccupazione di dover adottare sistemi anticoncezionali.

Col passare del tempo, però, cominciai ad accorgermi dei segni di trasformazione di cui mi aveva parlato Betta. Il mio corpo cominciava ad ingrassare e ad arrotondarsi e il mio uccello cominciava a rifiutarsi di obbedirmi. Già diverse volte non ero riuscito a raggiungere l’erezione e ad avere rapporti sessuali con Irene. All’inizio lei sembrava divertirsi per questa nuova situazione. Scherzava col mio uccellino molle, lo rimproverava nel tentativo di rianimarlo, lo ricopriva di baci o lo colpiva con piccoli schiaffetti minacciosi. Con l’andare del tempo, però, il suo umore cominciò a cambiare. Era diventata nervosa, si arrabbiava per un nonnulla e aveva ripreso a infliggermi le dure punizioni dei nostri giochi matrimoniali. A volte mi lasciava per della giornate intere con l’uccello legato.

“Tanto non ti serve più. – mi diceva – Possiamo tenerlo legato come un vitellino nella stalla.”

Informata della situazione, Betta cercò di aiutarmi con delle pillole e delle iniezioni che, a suo dire, avrebbero restituito al mio uccello il vigore di prima, almeno nei momenti del bisogno, ma in realtà il loro effetto su di me era molto scarso. Solo Betta riusciva ancora a scatenarmi delle reazioni inattese. Me ne accorsi un giorno che ero andato nel suo studio per farmi prescrivere le pastiglie miracolose.

“Vuoi che ti faccia vedere la figa? – mi domandò bruscamente Betta – Magari è la cura migliore per te!”

Chiuse a chiave la porta dello studio che in quel momento era deserto e in un attimo si sfilò la gonna e si tolse le mutande, mostrandomi la figa più pelosa che avessi mai visto in vita mia. Con mia grande sorpresa mi accorsi che l’uccello era tornato a reagire come nei tempi migliori. Betta si sdraiò sul divano allargando le cosce e in un attimo la penetrai e la montai, proprio in quello stessa stanza in cui ero stato castrato alcuni mesi prima.

All’insaputa di Irene mantenemmo per un certo periodo l’abitudine di incontrarci. Passavo dallo studio, nel tardo pomeriggio, quando non c’erano più pazienti, e Betta mi accoglieva con la frase magica che scatenava i miei istinti.

“Vuoi che ti faccia vedere la figa?”

Con Irene, invece, il mio uccello rimaneva inesorabilmente molle. Né le pastiglie e le iniezioni, né l’esibizione delle affascinanti forme nude di mia moglie riuscivano a risuscitarlo.

Ogni giorno che passava lei si dimostrava sempre più insoddisfatta della situazione, finché un giorno mi comunicò che non avrei più dormito con lei, nel letto matrimoniale. Mi trasferì in una stanza in fondo al corridoio e prese l’abitudine di chiudermi dentro a chiave per parte della giornata.

Un giorno, mentre me ne stavo chiuso a chiave in quella che sembrava essere diventata la mia cella, sentii dei gemiti provenire dalla camera di Irene. Tesi le orecchie in ascolto e mi resi conto che stava facendo l’amore con un altro uomo. Dall’intensità dei suoni che arrivavano fino a me, pareva che gradisse molto quell’amplesso.

Dopo un paio di ore la porta si aprì e Irene entrò nella mia stanza. Era completamente nuda e si sedette davanti a me senza nulla nascondere del suo bel corpo.

“Ti sei fatta un amante?” le domandai.

“Certo – mi rispose accendendosi una sigaretta – E’ da un po’ che ce l’ho. E’ più giovane di me e molto vigoroso. Hai sentito come mi faceva godere?”

“Sì, ho sentito.” risposi chinando il capo.

“Be’, che c’è? Non ho diritto a trovarmi un maschio che mi faccia godere?”

“Sì, certo. E’ un tuo diritto.” mormorai.

“Sei tu che hai voluto farti castrare. Io te l’avevo detto che a me piacevano le sborrate lunghe e abbondanti, che mi piaceva sentirmi penetrare. All’inizio ero eccitata anche io all’idea di castrarti. Il giorno che ti abbiamo tagliato le palle mi sono bagnata tantissimo, sia prima sia dopo l’operazione. Ero convinta che avessimo fatto la cosa giusta, per te e per me. Anche in seguito mi sono eccitata spesso nel ripensare al momento dell’operazione, ai tuoi testicoli nelle mie mani. Ma in seguito mi sono ricreduta. Ho scoperto che non potevo fare a meno del maschio, del maschio integro intendo dire. Ho capito che non potevo fare a meno di esser penetrata e che ero molto attratta anche dal seme maschile. Sono una femmina, non posso fare a meno di queste cose…” ”

Mentre mia moglie parlava, mi accorsi che attraverso le labbra della figa colavano alcune gocce di sperma. Irene notò il mio sguardo e mi domandò:

“Cosa c’è? Cosa stai guardando?”

Poi si accorse del piccolo rivolo di seme bianco che scendeva dal suo sesso.

“Ah, è questo? E’ quello che tu non puoi più fare… ma in fondo te lo sei voluto … Hai desiderato per tutta la vita di farti castrare.”

“Posso leccarti?” le domandai a bruciapelo.

Irene rimase per qualche attimo senza parole, sbalordita dalla mia richiesta, poi allargò le gambe e mi consentì di introdurmi con la testa tra le sue cosce. Leccai a lungo la morbida figa che da tempo non mi veniva più offerta e la ripulii di ogni traccia di seme maschile. Irene sembrava gradire quell’imprevisto trattamento e mi accorsi che con la mia lingua la stavo portando verso un orgasmo molto intenso.

Da quel momento la nostra vita sessuale riprese un inatteso vigore. Appena congedava il suo amante, Irene mi urlava di raggiungerla nella sua stanza, dove mi attendeva a gambe larghe sul grande letto matrimoniale. Dal sesso ancora umido e aperto colava il liquido seminale del maschio che l’aveva da poco penetrata.

“Presto, puliscimi, leccami!” mi ordinava in preda all’eccitazione. E io mi tuffavo tra le sue cosce, la ripulivo con cura e la facevo di nuovo godere.

Mentre compivo questa operazione, Irene mi apostrofava in modo duro e provocatorio.

“Ti ricordi quando eri tu che mi sborravi dentro? Mi montavi come un cavallo e mi riempivi del tuo sperma. Ma adesso sei un castrato. Non puoi più farlo. Sei pentito di esserti fatto castrare? Sei arrabbiato con me che ti ho tagliato le palle e ti ho fatto smettere di sborrare?”

“No, - rispondevo io senza smettere di leccarla – sono contento così. Ho realizzato il mio sogno e te ne sarò per sempre riconoscente!”



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