LE AMAZZONI
By: Ange

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Le Amazzoni durante le loro scorrerie catturano giovani maschi, li usano come stalloni da riproduzione e poi li castrano per trasformarli in docili muli da lavoro


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LE AMAZZONI

Le Amazzoni vivono in un villaggio immerso nella foresta. Abilissime nel cavalcare a pelo i loro destrieri, scorrazzano fiere e selvagge mettendo in mostra i loro splendidi corpi completamente nudi.

Il villaggio è guidato da una regina e da una grande sacerdotessa che celebra i sacri riti della tribù. Una volta all’anno la regina convoca le migliori guerriere ed organizza una spedizione oltre i confini della tribù, per procurarsi il seme maschile necessario alla continuazione della specie.

Le Amazzoni scelte cavalcano per lunghi giorni e piombano improvvisamente in mezzo alle capanne di un lontano villaggio seminando il terrore. Al loro arrivo tutti i maschi fuggono a precipizio cercando riparo nella foresta, ma le Amazzoni sono implacabili, inseguono le loro prede, le afferrano al lazo o le colpiscono violentemente con i loro mazzuoli per stordirle e catturarle.

Anche io mi sono lanciato in una fuga disperata verso l’intrico di alberi della foresta, ma dietro di me sento il galoppo di un cavallo che sta per raggiungermi. Il lazo sibila nell’aria e un attimo dopo si stringe con precisione attorno al mio collo. L’Amazzone che mi ha catturato mi colpisce con violente frustate sulla schiena e mi fa segno di seguire il suo cavallo.

Terminata la caccia, le Amazzoni si riuniscono di nuovo per intraprendere la lunga marcia verso la loro terra. Saldamente legati dietro ai loro cavalli ci sono le prede: alcune decine di maschi che saranno utilizzati per la riproduzione.

Il nostro arrivo è salutato da grida di giubilo di tutte le donne che accorrono verso la radura al centro del villaggio. Senza alcun pudore le ragazze si avvicinano per toccare i nostri genitali da cui dovrà sgorgare il seme di cui hanno bisogno. Prendono in mano il nostro uccello, soppesano i nostri testicoli e si scambiano commenti per noi incomprensibili.

Poi la regina raduna le ragazze e chiede loro di rendersi disponibili per generare nuove guerriere. Molte ragazze si offrono. Il loro numero è nettamente superiore a quello dei maschi catturati, così la regina decide di affidare ciascuno di noi ad un gruppo di tre ragazze, e ad ogni gruppo viene assegnata una capanna in una zona particolare del villaggio destinata ai riti della riproduzione.

Le tre Amazzoni che mi hanno preso in consegna mi conducono in una di queste capanne e subito mi mettono al lavoro. Ogni giorno mi costringono a produrre ripetutamente il mio seme. Salgono a turno sopra di me – le Amazzoni conoscono solo questa posizione – e riescono a tenermi in uno stato di perenne eccitazione. Stimolano i miei sensi avvicinando continuamente le loro vulve profumate alla mia bocca ed al mio naso, con le loro labbra si prendono cura del mio uccello nei momenti in cui sembra perdere vigore, non nascondono nulla dei loro corpi, e perfino quando escono dalla capanna per fare la pipì mi portano con loro e si fanno guardare ed ammirare.

Con il passare del tempo le loro pance cominciano a crescere ed esse si accarezzano con soddisfazione, finché un giorno mi legano saldamente l’uccello e mi conducono attraverso il villaggio. Le altre Amazzoni escono dalle capanne, si congratulano con le loro amiche, le accarezzano dolcemente sulla pance ormai cresciute e non degnano di uno sguardo colui che in fondo è stato l’artefice di quella trasformazione.

Le ragazze mi conducono dall’altra parte del villaggio e mi rinchiudono in un recinto dove a poco a poco vengono portati tutti i maschi che hanno catturato.

Una terribile fine attende invece quei pochi sfortunati il cui seme non ha dato frutti. Essi vengono condotti direttamente dalla grande sacerdotessa che li sacrifica alle loro divinità tagliandogli l’uccello e facendoli morire dissanguati.

Per noi invece il tempo trascorre nell’ozio, finchè un giorno sentiamo il villaggio risvegliarsi al suono di musiche e di canti. Una grande festa deve avere luogo nella radura centrale e poco dopo vediamo arrivare gruppi di guerriere che a turno prendono uno di noi e lo portano verso il luogo da cui provengono i rumori festosi.

Una grande allegria si impadronisce di noi. Siamo convinti che le Amazzoni hanno di nuovo bisogno del nostro seme e che tra poco potremo riprendere la nostra occupazione preferita.

Quando quattro splendide guerriere nude aprono nuovamente il cancello del nostro recinto e mi fanno cenno di seguirle, sento immediatamente una forte eccitazione che si impadronisce di me. Il mio uccello si inturgidisce in un attimo e non esito a spingerlo contro le cosce delle ragazze, cercano anche di infilarlo nella figa di una di loro. Lei mi respinge senza violenza, mi fa cenno con una mano, come per dirmi: dopo, dopo, aspetta solo un po’, poi verrà il tuo turno.

Le ragazze parlano tra di loro, una si avvicina, prende i miei testicoli in mano, li pesa sul suo palmo, poi dice qualcosa alle compagne che scoppiano in una risata fragorosa. Anch’io rido con loro e di nuovo cerco di spingere l’uccello tra le cosce di quella che si è avvicinata, ma lei mi fa cenno di seguirle verso il villaggio.

Arriviamo nella radura, nel cui centro si erge un altare di pietra, lo stesso su cui sono stati immolati i nostri sfortunati compagni. Le ragazze mi ordinano di inginocchiarmi davanti alla loro regina, che siede sul trono posto su una piccola altura, e di baciarne i piedi, le ginocchia, le cosce e la vulva profumata. Eseguo l’ordine sempre più eccitato ed inebriato da quel rituale, poi la regina ordina alle ragazze di condurmi dalla grande sacerdotessa e solo in quel momento mi accorgo che presso l’altare si trova un cesto pieno di testicoli umani. Le ragazze intorno prorompono in grida di giubilo mentre la sacerdotessa solleva in alto un coltello insanguinato.

A questo punto capisco il motivo della festa e la triste sorte che mi aspetta. Mi lancio giù per la collina in disperato tentativo di fuga, ma le quattro guerriere in un attimo sono sopra di me, mi bloccano braccia e gambe con prese vigorose ed una mi afferra i testicoli e li torce con forza facendomi urlare e quasi svenire per il dolore.

Così debilitato vengo condotto verso l’altare, le ragazze mi depositano su di esso e mi legano saldamente a degli anelli fissati agli angoli.

La sacerdotessa solleva di nuovo il coltello e si rivolge alla moltitudine di Amazzoni eccitate che la attorniano durante la celebrazione di quel rito selvaggio. Esse sono scatenate, cantano, ballano, ridono, fremono di gioia e sollevano il pollice in risposta alla richiesta della sacerdotessa.

Questo gesto significa che mi verrà concesso ancora qualche attimo di piacere prima di essere evirato. Le ragazze che mi hanno condotto fino all’altare cominciano a darsi da fare: una accarezza il mio uccello e le mie palle, un’altra sale su di me e strofina la peluria della sua figa sul mio volto, una terza, l’unica che conosce la mia lingua, avvicina la bocca al mio orecchio e mi sussurra parole terribili: “Non abbiamo più bisogno del tuo seme di stallone, adesso abbiamo solo più bisogno di muli da lavoro, è per questo che vi castreremo tutti e vi trasformeremo in schiavi docili e sottomessi.”

Le mani, le labbra e la lingua delle sue compagne stanno portando il mio uccello al massimo della erezione. “Attento! – mi sussurra ancora la ragazza – Cerca di tenere il tuo seme, perchè alla prima goccia la sacerdotessa ti castrerà, non ti lascerà nemmeno finire di spruzzare.”

Cerco disperatamente di resistere, ma è una lotta impari tra me e le ragazze. Quella che sta sopra di me strofina il suo sesso sempre più eccitato sulla mia bocca. Sento che sto per venire, sento grosse gocce di sperma che risalgono il mio uccello che sta per esplodere, ed al primo lancio sento la mano della sacerdotessa che afferra i miei testicoli e con un colpo deciso del coltello affilato li recide.

La sacerdotessa solleva il sacchetto con i miei testicoli in alto e lo mostra alle ragazze che si abbandonano ad urla, canti e balli sfrenati.

Intanto le quattro guerriere mi slegano dall’altare e mi conducono verso un altro recinto dove sono rinchiusi i maschi che sono stati castrati prima di me. Guardiamo afflitti i nostri genitali mutilati, ormai rassegnati ad essere trasformati nei docili schiavi di quelle invincibili guerriere.



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