Il microchip / 2 - Italian
By: Ange

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Dopo essere stato castrato un giovane maschio deve essere rieducato. La ragazza che gli è stata vicina durante l’operazione si offre di accompagnarlo lungo il percorso che lo porta ad accettare con gioia la sua nuova condizione


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IL MICROCHIP / 2

Appena terminata l’operazione uscii dal centro di castrazione, sempre accompagnato da Elvira, e mi sedetti al suo fianco su una panchina nei giardini che circondavano l’edificio.

“Che cosa mi stavi dicendo di Flavia?” le domandai.

“Flavia non è la ragazza sensibile e innamorata che tu pensavi di aver incontrato causalmente. Lei è un militare. Fa parte di un corpo speciale che ha lo scopo di incrementare le castrazioni. Nel nostro paese ci sono tante donne che sono contrarie a questo tipo di intervento e cercano di tenersi i loro compagni integri, per questo il governo ha creato un corpo di giovani ragazze specializzate nel portare a esaurimento al carica dei microchip. Sono molto determinate nello svolgimento della loro missione. Il maschio che entra in contatto con loro è spacciato, non ha nessuna probabilità di salvarsi, come è successo a te…”

“Incredibile… - mormorai sbalordito da quella rivelazione – E io che pensavo che Flavia fosse innamorata di me…”

Elvira rise di quella mia ingenua ammissione.

“Quanto avevi di carica nel microchip?” mi domandò.

“Trecentossettantadue.”

“E in quanto tempo te le sei giocate?”

“Siamo stati insieme sei o sette mesi…” risposi.

“Incredibile! – commentò Elvira – E’ veramente un fenomeno. Pensa che nelle ultime due settimane ne ha mandati altri quattro al centro di castrazione!”

“Altri quattro!? Ma io pensavo che Flavia facesse l’amore solo con me…”

Elvira rise nuovamente.

“Sei proprio un ingenuo. La medaglia che le hanno consegnato oggi le amiche era per festeggiare la cinquantesima castrazione. Con questo risultato passa dal quadro sottufficiali a quello degli ufficiali del suo corpo e penso che continuerà a fare carriera.”

Confuso e sbalordito da quelle rivelazioni, rimasi per un po’ in silenzio. Poi domandai a Elvira se anche lei faceva parte di quel corpo speciale.

“No. Io la penso diversamente.”

“Sei contraria a queste operazioni?” domandai.

“No, no. Sono assolutamente favorevole. – puntualizzò subito Elvira - Ci mancherebbe altro. Sono convinta che la castrazione migliori le condizioni di vita dei maschi e di conseguenza anche quelle del genere femminile. Anzi, se fosse per me limiterei la carica dei microchip e al prossimo referendum voterò sì alla proposta di ridurre il tetto massimo a 250 eiaculazioni...”

“Ma allora perché dici di pensarla diversamente da Flavia?” la interruppi sconcertato.

“E’ che non mi piacciono i metodi spicci che usano quelle donne. Per me la castrazione di un maschio è una specie di rituale che richiede tempo, preparazione.”

“Ma tu che lavoro fai?” domandai cercando di spostare il discorso verso altri argomenti.

“Sono una libera professionista.”

“E di preciso di cosa ti occupi?”

“Mi occupo di queste cose.” mi rispose Elvira con un sorriso avvicinando le dita a forma di forbice ai miei genitali.

“Ma come… ma allora non è vero che sei diversa da Flavia… sei anche tu un’agente di quel corpo speciale…”

“No, io non sono un militare, te l’ho detto. Io sono una libera professionista. Ho un contratto di collaborazione con il centro di castrazione, ma lavoro per conto mio e metto a frutto il titolo di studio che ho conseguito all’università.”

“Quale titolo?”

“Da alcuni anni il governo ha creato un dipartimento per la diffusione della castrazione maschile con due specializzazioni in chirurgia e in accompagnamento. La chirurga è quella che si occupa materialmente delle operazioni e per conto mio è un mestiere un po’ noioso e ripetitivo. Hai visto quella che ti ha operato: ti ha castrato come un maiale, senza neanche due parole di conforto. L’accompagnatrice è invece la specialista che deve avvicinare il maschio, prepararlo, condurlo gradualmente lungo il percorso, fargli capire che quell’operazione cambierà in meglio la sua vita. E’ un lavoro molto delicato, che va svolto con impegno e con passione.”

“In fin dei conti non sei diversa da Flavia, - intervenni – anche tu lavori per portarci su quel tavolo dove ci trattano come dei maiali.”

“No, no, non dire così. – ribatté Elvira – Io mi sento molto diversa. Te l’ho detto, il mio è un lavoro delicato, richiede tempo. Quando avvicino un maschio, non ho l’obiettivo di farlo eiaculare ripetutamente per scaricare in fretta il microchip, come fanno Flavia e le sue compagne. Anzi, all’inizio lo faccio eiaculare il meno possibile, per dargli il tempo di riflettere, di prepararsi. Gli parlo, gli spiego l’importanza del passo da compiere. A poco a poco sento cadere i suoi pregiudizi. Se lavoro bene, a un certo punto è lui stesso a chiedermi di portarlo rapidamente verso l’intervento finale. Allora, ma solo allora, si può cominciare con le eiaculazioni ripetute che hanno lo scopo di accelerare il processo. Prima sarebbe una forzatura.”

“Sono i maschi stessi che ti chiedono di portarli su quel tavolo?” domandai incredulo.

“Certo. – mi confermò Elvira – Ci sono perfino di quelli che rinunciano ad arrivare alla fine del microchip.”

“Ma è possibile?”

“Sì, è previsto dalla legge. Il maschio si presenta a un centro di castrazione insieme a una accompagnatrice e rilascia una dichiarazione nella quale autorizza l’anticipo dell’operazione, che di solito viene eseguita subito dopo la firma.”

“E’ pazzesco…” mormorai.

“No, non c’è niente di pazzesco, anzi è bellissimo. – continuò Elvira – Non sai la gioia che provo quando mi capita di raccogliere una dichiarazione di questo tipo. E’ il segno che ho lavorato bene, che ho preparato l’uomo al passo decisivo. Ma anche se l’operazione non viene anticipata, se si arriva all’ultima eiaculazione consentita, è importante che il maschio sia consapevole dell’importanza dell’intervento a cui va incontro. Una accompagnatrice che conosce il suo mestiere arriva al centro di castrazione tendendo per mano il maschio: in fondo sono due persone felici che hanno portato a termine un percorso e che stanno per realizzare un progetto importante.”

“Ma come è possibile… - domandai incredulo – Ci sono dei maschi che sono felici di farsi castrare?!”

“Sì, è così. – mi confermò Elvira – E’ proprio così. Quando capiscono l’importanza del passo che stanno per compiere, più niente è in grado di trattenerli. Ho dovuto addirittura castrarne uno con le mie mani, mi supplicava di farlo...”

“Un ragazzo ti supplicava di tagliargli le palle con le tue mani?!” domandai sempre più sbalordito.

“Non era un ragazzo. – precisò Elvira – Era un uomo maturo, sui quarant’anni. Mi chiese di castrarlo con le mie mani e mi disse che non avrebbe accettato di farsi operare da una dottoressa del centro. Piuttosto si sarebbe tagliato le palle da solo…”

“E tu cosa hai fatto?”

“Ho chiesto una deroga, un’autorizzazione speciale alla direttrice e lei me l’ha concessa. L’ho operato a casa, sul letto, un attimo dopo l’ultima sborrata consentita dal microchip.”

“Allora anche tu hai portato alla castrazione tanti maschi…” mormorai.

“Be’… te l’ho detto, ho un contratto di collaborazione con il centro di castrazione, se non lavoro non guadagno…” mi rispose Elvira sorridendo.

“E tutti questi maschi…”

“Vuoi sapere qual è stata la loro reazione? Vuoi sapere se mi odiano per averli portati qui al centro? Ebbene, no, non mi odiano. Anzi, mi vogliono bene, mi sono molto riconoscenti e quasi devoti. Hanno capito perfettamente che ho agito per il loro bene.”

Per un po’ rimasi in silenzio, immerso nei miei pensieri. Poi mi rivolsi ancora alla ragazza seduta al mio fianco.

“Sai una cosa, Elvira? Mi dispiace di non averti conosciuto prima. Avrei desiderato di essere accompagnato da te verso questa operazione …”

“Sì, lo so. Anch’io ho pensato la stessa cosa mentre eravamo in sala di attesa. Ma c’è sempre tempo. Possiamo ancora fare un po’ di strada insieme.”

Elvira si alzò, mi diede un bacio sulla guancia e si allontanò nel buio della sera.

Qualche giorno dopo ricevetti sul cellulare un sms di Elvira. “Se ti viene ancora voglia della mia figa chiamami. Possiamo giocare un po’ insieme.” diceva. Subito la chiamai e la raggiunsi a casa sua.

Da allora è iniziato il percorso che mi ha portato a capire e ad accettare con serenità la mia nuova condizione. Di questo sono grato a Elvira e cerco di manifestarle tutta la mia riconoscenza portandola al piacere con la bocca e con le mani. Lecco avidamente la figa contornata di peli fulvi che lei mi offre, sdraiandosi a gambe divaricate sul letto, sul divano o sul tappeto di casa.

Elvira ha inventato un nuovo gioco per me: ha comperato uno speciale anello-vibratore che mi applica alla base del pene e che lei può azionare con un telecomando. All’improvviso, mentre facciamo l’amore, lei comincia a gemere e a dire:

“Dai, sborrami dentro… questa potrebbe essere l’ultima tua sborrata… poi ti castro con le mie mani…”

Poi aziona il telecomando e si gode la vibrazione che le provoca un intenso orgasmo.

“E’ finita. – mi dice – Il tuo uccello si è messo vibrare. Dovrò farti tagliare le palle. Ti dispiace?”

“No, - rispondo io – ho desiderato tanto questo momento…”

Elvira mi ha raccontato tanti aspetti del suo lavoro. Un giorno le ho chiesto che fine fanno i testicoli che vengono asportati ai maschi.

“Nella via dietro il centro di castrazione c’è un ristorante dove cucinano una specialità: gli spiedini di testicoli. Ce ne sono sei in ogni spiedino e sono deliziosi, l’unico problema è che sono carissimi. E poco più in là c’una macelleria dove si possono comprare freschi, ma il prezzo è quasi proibitivo: non è che ci sia una produzione esagerata di quel cibo…” ha concluso Elvira ridendo.

Io sono felice di godere del privilegio dell’amicizia di Elvira. Anzi, ormai è molto di più di un’amicizia. Vivo quasi stabilmente a casa sua e sono al corrente delle sue attività. A volte esce alla sera per andare ad una festa particolare tra amiche e al ritorno cerco subito il suo sguardo. Se vedo i suoi occhi brillare in modo speciale capisco che anche quel maschio ha regalato l’ultima sborrata a lei. Non ho bisogno di chiederle nulla, ma nella mia mente la immagino mentre prende per mano l’uomo, lo accompagna al centro di castrazione, gli offre ancora una volta la morbida figa, poi si sistema a fianco del lettino, solleva la gonna mostrando il sesso umido e dice: “Annusala, baciala. Ti farà bene.”

Invece provo un po’ di invidia per i maschi che lei stessa porta all’operazione dopo averli guidati nel percorso di avvicinamento, quello che è mancato a me.

Ricordo che un giorno mi appostai dietro una siepe, vicino al centro di castrazione, e la osservai mentre si avvicinava tendendo per mano un uomo robusto, una specie di gigante che avrebbe potuto avere ragione di lei con estrema facilità. Invece teneva fiduciosamente la sua mano in quella di Elvira e la guardava negli occhi sorridendo.

Mi sedetti su una panchina e aspettai che uscissero. Quando passarono davanti a me si tenevano ancora per mano e sorridevano felici. Elvira mi fece l’occhiolino e mi mostrò un piccolo misterioso sacchetto.

Alla sera, in casa, lo aprì davanti a me.

“Questi sono i testicoli dell’uomo che abbiamo castrato oggi. – mi disse – Sono veramente enormi, non ne avevo mai visti di così grossi. In effetti quell’uomo sborrava come un cavallo: anche sul tavolo operatorio abbiamo dovuto masturbarlo e portarlo all’eiaculazione perché aveva il cazzo talmente duro e le palle talmente sollevate che la dottoressa non riusciva ad intervenire. Si è schizzato tutta la pancia e finalmente si è un po’ decongestionato.”

“Ti sei fatta regalare i testicoli?’

“Veramente sarebbe proibito. Il personale che lavora nel centro di castrazione non può appropriarsi di questi trofei, ma qualche volta facciamo un’eccezione… - sorrise Elvira – Adesso li cucino e li mangiamo con una salsina speciale.”

Ci sedemmo a tavola, brindammo con lo champagne alla nostra amicizia e gustammo come un delizioso manicaretto quei testicoli che avevano smesso di sborrare da poche ore.

“Ogni tanto riesco a soddisfare la mia più grande fantasia erotica.” mi disse Elvira.

“Quale?” domandai pieno di curiosità.

“Sogno di essere nella mia stanza. Sono nuda sul letto, a gambe divaricate, e mi sto accarezzando. Davanti a me c’è un uomo nudo, in piedi. Ha il cazzo durissimo, le palle sollevate contro il ventre come hanno i maschi nel momento della massima eccitazione. Non sa che sta per essere castrato. Lo lascio entrare nella figa, mi eccito pensando che tra poco lo castrerò e lo lascio sborrare dentro. Quando lui ha finito e si sdraia sulla schiena, mi siedo sulla sua pancia, rivolta verso il ventre, accarezzo l’uccello, lo faccio di nuovo diventare duro e faccio schizzare in alto il suo sperma, fino alle mie tette. Subito dopo lo castro. Non gli lascio il tempo di capire cosa sta succedendo. Pratico un taglio deciso in mezzo allo scroto, in basso, faccio sgusciare fuori le palle e le taglio di netto. Poi vado in cucina, chiudo la porta, mi siedo, metto i testicoli su un piatto e lo appoggio sul tavolo. Li guardo, li accarezzo, li annuso, li bacio, li lecco. Penso che pochi attimi prima hanno sborrato nella mia figa e hanno schizzato fino alle mie tette. Mi eccito e li ingoio, interi. Ritorno nella stanza e mi sdraio sul letto. L’uomo è in piedi davanti a me. Lo guardo, penso che le palle che pendevano sotto il suo ventre adesso sono nella mia pancia e mi eccito ancora di più. Mi accarezzo la figa fino a fargli diventare di nuovo il cazzo duro e gli consento di penetrarmi. Mentre si muove dentro di me gli sussurro nelle orecchie: lo sai dove sono finite le tue palle? Sono dentro la mia pancia. Le ho ingoiate mentre erano ancora calde, avevano appena finito di sborrare…”

Il racconto della fantasia erotica di Elvira mi lasciò senza fiato.

“Mi sarebbe piaciuto che tu avessi potuto mangiare anche le mie…” dissi.

Lei mi rivolse un ampio sorriso, senza aggiungere un parola.

“Non mi dirai che…” mormorai sbalordito.

“Sì, l’ho fatto! – mi rispose Elvira – Fino ad oggi non avrei osato dirtelo, ma ormai il nostro rapporto ha raggiunto un tale livello di complicità che posso raccontarti tutto. Te l’ho detto che tu mi sei piaciuto subito. Mentre eravamo a casa di Flavia e mi stavi sborrando dentro, mi è venuta una voglia pazzesca di assaggiare le tue palle. Sai perché lei non ti ha accompagnato al centro? Gliel’ho chiesto io. Volevo essere io ad accompagnarti per potermi far regalare le tue palle. Le ho mangiate appena sono arrivata a casa e sono finite qui dentro… - concluse Elvira sollevando il vestito e mostrandomi il ventre liscio – Sei contento?”

“Sì! sono contento di sapere questo!” esclamai davanti a quell’inattesa rivelazione.

“Pensa, sono finite nella mia pancia meno di due ore dopo che avevano prodotto l’ultimo schizzo di sperma… Ti ricordi dove le abbiamo fatte sborrare l’ultima volta?”

“Sì, nella tua figa!” risposi eccitato. Mi buttai in ginocchio tra le sue gambe e leccai con passione la figa provocandole un forte orgasmo. Poi mi soffermai a lungo con teneri bacetti sul morbido ventre dove erano finiti i miei testicoli.

Da quel giorno la mia ammirazione per Elvira, per il suo modo di pensare, per il lavoro che svolge e per il modo in cui lo svolge, è cresciuta enormemente. E’ diventata una vera e propria adorazione. Lei ricambia il mio trasporto consentendomi spesso di leccarle la figa. Mentre scrive al computer, o legge un libro o un giornale, o guarda la tv, a volte addirittura mentre sta mangiando, spesso allarga le cosce e mi fa cenno di infilarmi tra le sue gambe. Io mi soffermo a lungo con la lingua sulle morbide labbra della figa, sul clitoride, poi salgo verso la pancia e la riempio di baci e mi eccito pensando che lì sono andati ad abitare i miei testicoli. Per sempre.



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